La dignità non deve diventare opacità

La dignità non deve diventare opacità

Il punto di equilibrio

Il diritto di informare e il diritto dei cittadini a essere informati devono sempre confrontarsi con un limite essenziale: la dignità della persona rappresentata.

Non ogni immagine utile al racconto giornalistico è, per ciò solo, legittima. Vi sono rappresentazioni che possono esporre una persona a una lesione gratuita della propria dignità, senza apportare un contributo realmente necessario alla comprensione dei fatti. È il caso, ad esempio, delle immagini di individui ripresi in manette o in condizioni di coercizione, quando la loro diffusione non sia indispensabile per l’interesse pubblico alla notizia e finisca soltanto per accentuare la vulnerabilità del soggetto rappresentato.

Quando l’immagine documenta la lesione della dignità

Diverso è il caso in cui l’immagine mostri proprio una possibile lesione della dignità che si intende denunciare.

La vicenda di Ilaria Salis, tradotta incatenata nelle aule giudiziarie ungheresi, ne offre un esempio significativo. In quel contesto, la rappresentazione visiva non appariva funzionale a esporre gratuitamente l’imputata, ma a documentare una modalità di trattamento ritenuta sproporzionata e non necessaria rispetto alla sua condizione processuale e alla sua apparente non pericolosità. L’immagine, in altri termini, non era un’aggiunta morbosa alla notizia: era parte essenziale della notizia.

Le immagini forti e la sensibilità dello spettatore

Accanto alla tutela della dignità della persona rappresentata vi è poi un’altra forma di limite alla diffusione delle immagini: la tutela della sensibilità di chi le riceve.

È il caso delle cosiddette immagini “forti” o “crude”: scene di violenza, corpi senza vita, corpi mutilati, sofferenze estreme. In simili situazioni, l’oscuramento o la selezione delle immagini può rispondere all’esigenza di non turbare inutilmente lo spettatore.

Tuttavia, anche questa esigenza deve essere bilanciata con attenzione.

Quando vedere è necessario per capire

Vi sono infatti immagini forti che non servono a suscitare emozione, curiosità o turbamento, ma a consentire al pubblico di comprendere la dinamica di un fatto di rilevante interesse collettivo. In questi casi, la tutela della sensibilità dello spettatore non dovrebbe tradursi automaticamente nella sottrazione degli elementi visivi necessari alla formazione di un’opinione autonoma.

È quanto accade, ad esempio, nei casi in cui l’informazione pubblica riguarda eventi violenti che sollevano possibili questioni di responsabilità.

Si pensi alla morte di George Floyd negli Stati Uniti, alla morte di Carlo Giuliani durante i fatti del G8 di Genova, ai disordini in occasione di manifestazioni di piazza o, più recentemente, alla vicenda della morte di Fakir a Bologna, durante un’operazione di contenimento da parte della Polizia.

In simili contesti, le immagini non sono un semplice corredo narrativo. Possono costituire uno strumento essenziale per comprendere la sequenza degli eventi, la proporzionalità dell’intervento, la condotta dei soggetti coinvolti e, più in generale, le possibili responsabilità in gioco.

Il rischio dell’oscuramento eccessivo

Per questa ragione, l’oscuramento delle riprese dell’atterramento di Fakir da parte della Polizia, nella misura in cui impedisce allo spettatore di valutare direttamente la dinamica dell’operazione, rischia di comprimere il diritto all’informazione.

Il cittadino viene così privato della possibilità di formarsi una propria opinione sulla base di elementi visivi oggettivi e viene ricondotto al solo commento del giornalista, inevitabilmente selettivo e non sempre sufficiente.

Il problema della selezione dei fotogrammi

Un problema analogo si pone quando l’informazione visiva viene costruita attraverso la selezione di alcuni fotogrammi, ad esempio tratti dalla bodycam di un operatore di Polizia, anziché attraverso immagini più pertinenti alla comprensione della dinamica complessiva.

In questi casi, lo spettatore può avere l’impressione di accedere direttamente al fatto, mentre in realtà riceve una rappresentazione già filtrata. Anche quando non vi sia alcuna intenzione manipolatoria, il rischio è quello di produrre un effetto informativo distorsivo.

Non mostrare tutto, ma nemmeno oscurare ciò che serve

Il punto, allora, non è affermare che ogni immagine debba essere sempre mostrata integralmente. Sarebbe una conclusione semplicistica e pericolosa.

Il punto è riconoscere che il bilanciamento tra diritto di cronaca, dignità della persona rappresentata e sensibilità del pubblico non può essere risolto in modo automatico, né attraverso un oscuramento generalizzato.

Quando l’immagine lede gratuitamente la dignità, la sua diffusione deve essere limitata. Quando l’immagine turba senza aggiungere conoscenza, può essere opportuno oscurarla o evitarne la pubblicazione.

Ma quando l’immagine è necessaria per comprendere un fatto di rilevante interesse pubblico, soprattutto se riguarda l’esercizio della forza da parte delle autorità, la sua sottrazione rischia di indebolire il diritto dei cittadini a essere informati.

Una questione di qualità democratica dell’informazione

In questi casi, il problema non riguarda soltanto la libertà dei media. Riguarda la qualità democratica dell’informazione.

Una cronaca che protegge la dignità non deve trasformarsi in una cronaca che impedisce di vedere. E una tutela della sensibilità dello spettatore non dovrebbe diventare, sia pure involontariamente, uno schermo che ostacola la formazione di un giudizio critico.

Il compito dei mezzi di informazione è dunque particolarmente delicato: non mostrare tutto, ma nemmeno oscurare ciò che è necessario vedere.

Perché, quando il bilanciamento è male operato, non viene compromessa soltanto la completezza del racconto giornalistico. Viene inciso il diritto dei cittadini a comprendere i fatti, a valutarli autonomamente e a partecipare consapevolmente al dibattito pubblico.

Rosario

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